L'istante di un Pensiero

Riflessioni annuali, mensili, giornaliere…

Il 2012.

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Per tanti è stato un anno da dimenticare, chi ha perso l’amore, chi il lavoro, chi, peggio di tutti, la casa. Qualcuno ha fatto nuove conoscenze, altri hanno perso amicizie, c’è chi ci ha messo una pietra sopra, chi ancora ci soffre. C’è chi ha toccato il cielo con un dito e chi è sprofondato sotto terra.

Per me è stato un anno difficile, ma non più di altri. E’ stato un anno triste, ma non meno di altri.

Ho chiuso le cose importanti in un cassetto e quelle inutili le ho buttate nella spazzatura. Ho capito chi è fondamentale e chi andava scartato.

Grazie a chi ne ha fatto parte, chi più chi meno.

A furia di correre ho consumato troppe paia di scarpe e troppi litri di lacrime.
Perché con le persone giuste il mondo è meno bastardo, o almeno lo sembra.
Nessuno sente la mia mancanza. Io, per chi ho amato, ci sono sempre stata. Non so mancare.

Riparto.

Nel 2012 ho pianto, stranamente. Più dell’anno passato. Sia mai che io stia superando un trauma dopo l’altro.

Ho lavorato, tanto, tantissimo. Mi sono impegnata, continuo a farlo.
Chi mi è accanto dice che sono cresciuta, il mio conto in banca un pochino lo è.

Il problema dell’autostima c’è ancora, quello non si risolve in un anno, due o tre.

La famiglia resta la stessa, con un membro in meno. Problematica come sempre.

Dolce come una meringa, acida come il limone. Posso picchiarti con bastoni di zucchero o baciarti con del cianuro. Alle brutte ti amo.
Alice che si fa il whisky distillando fiori

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6 thoughts on “Riflessioni annuali, mensili, giornaliere…

  1. Sarfa, un buon pomeriggio grande, grande.
    Ho letto “dolce come una meringa e acida come un limone”. Non sopporto l’acidità del limone! Amo il limone quando è agro. Lo premo da per tutto: nell’acqua, nell’insalata. Mio nonno, a fette e con un velo di sale ne faceva stragi. Siciliano d.o.c., il solo ricordo che mi ha lasciato, sono io, poco più di due anni, sulle sue ginocchia. Ogni volta che ho l’occasione di andare a fargli visita, in quel cimitero monumentale nella lontana Africa, mi viengono in mente quei momenti. Per mio nonno, e sopratutto per mia nonna (materni), ho sempre avuto un debole. Quelli paterni non l’ho mai conosciuti.
    Perché scrivo queste cose? L’inconscia voglia di annoiare qualcuna…
    Salutissimi.

  2. Bellissima! Adoro tutto ciò che è chiaro e semplice, senza elementi di disturbo che, in genere, servono per nascondere qualcosa. Complimenti!
    Dicevo dei miei nonni (materni)… Di lui, ho solo quel ricordo. Lavorava all’estero (Arabia Saudita) e quando tornò a casa era in posizione orizzontale. Molto giovane. Le autorità non ci permisero neanche di vederlo per l’ultima volta, né tantomeno di saperne la causa. Erano altri tempi. Con mia nonna, ho vissuto un amore profondo. Forse anche perché ero l’unico nipote che le faceva visita tutte le domeniche, dopo la messa. Eh! si. Nessuno è perfetto! Anche io sono stato cattolico. Lei, mia nonna, preparava il pane due volte alla settimana: il giovedì e la domenica. Ho scritto “pane” perché era quella la sua funzione; in realtà il “pane”, in Africa orientale, non è altro che una grandissima piadina, la cui superficie ricorda molto quella della luna. E’ di una squisitezza inenarrabile! Appena sfornata, la cospargeva di burro di produzione locale (semplicemente affumicato) e di un composto formato da ventiquattro spezie, con la prevalenza del peperoncino piccante. Sono terribilmente convinto che gli dei si nutrano anche di questa specialità che si chiama “Kategnà”.
    Sono come un fiume in piena! Perdonami. Il kategnà mi fatto venire in mente… Proprio l’anno scorso, a San Diedo, passeggiando in una zona centrale (viale dell’università, traversa della quinta strada), noto un ristorante etiopico. Mi fermo per leggere il menù e, guarda, guarda, c’è proprio il kategnà! Non ci penso due volte! Mi accomodo e ne chiedo una porzione. La cameriera mi guarda stupita, come se fossi un marziano e mi chiede da dove venissi, perchè non aveva mai (ha ripetuto “never”!) sentito pronunciare così bene la parola kategnà. In genere, in situazioni del genere mi limito a spiegare che sto studiando la lingua ed ho iniziato il giorno precedente, nel pomeriggio, dalle quattro alle cinque e mezza. Questa volta, ho evitato di esprimere questa sciocca ilarità.
    A tutti coloro che hanno avuto la santa pazienza di leggere, porgo i miei saluti, scusandomi se a Sarfa riservo i miei migliori.

    • Seriamente, sto cominciando ad adorare i tuoi aneddoti. Stanno diventando parte integrante del mio blog ed è una cosa che mi rende veramente felice.
      Il kategnà di San Diego si è rivelato all’altezza delle tue aspettative?
      Ps. Grazie per i complimenti, sono contenta che la nuova grafica (che, ci tengo a precisare, deve ancora essere completata) sia di tuo gusto :)

      • “Adorare” mi sembra una… parolona. In rarissimi casi mi reputo un egoista incallito: bene, questo caso l’ho scelto!
        Buon pomeriggio a tutti!
        Dunque, sapevo benissimo che quel kategnà non poteva essere all’altezza delle mie aspettative per un semplice motivo: la prerogativa indispensabile è quella di prepararlo nel momento in cui si sforna il pane (ingéra o ingherà). Comunque, s’è fatto mangiare con piacere! A proposito di cibo, ultimamente ho seguito un paio di trasmissioni televisive di Dmax, relative ad un certo sig. Dimmer, o qualcosa del genere, che va in giro per il mondo ad assaggiare le varie specialità gastronomiche. Nell’ultima puntata, ha mangiato delle cavallette fritte ed a me è tornato in mente un fatto accaduto tanti, tanti anni or sono. A scuola, il mio compagno Roberto B. si presenta con quella che si chiama “faccia da funerale” e, forse, anche di più! Chiedo la causa e mi spiega che è stato invitato a pranzo da un emiro arabo e non può declinare l’invito per certi motivi di lavoro che interessano suo fratello. Dato che pochi giorni prima c’era stata una invasione di cavallette… due più due fanno quattro! Cavallette a pranzo!
        Ci si ritrova il lunedì! Raggiante come il sole, mi spiega: “Non mi vergogno a raccontartelo. Ho fatto una di cavallette incredibile! Sono molto più buone dei gamberetti fritti!”.
        Io no, nel senso che quanto ebbi l’occasione di essere invitato a pranzo da un principe iemenita (ho saputo dopo del suo stato nobile), non c’erano state invasioni di cavallette. Ho, comunque, un buon ricordo anche se fu quasi una sofferenza: da sempre sono abituato a mangiare poco (fatta eccezione per gli spaghetti!) e, in quella occasione le portate furrono più di venti, con l’obbligo, morale, di mangiare, mangiare ed ancora mangiare!

        • Il programma si chiama ‘orrori da gustare’ e il signore che lo presenta si chiama Andrew Zimmer, a mio parere fa uno dei lavori più belli del mondo: viaggia assaggiando nuove cucine, che meraviglia!
          Io una volta sono stata invitata alla cena tradizionale filippina a casa di una mia conoscente. Mangiai una tarantola, non scherzo. Non era tanto male, sapeva di granchio ma con una consistenza più molliccia. Tuttavia non è un’esperienza che ripeterei….

Lasciami un pensiero. I commenti alimentano il mio blog ;)

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